p 67 .

Paragrafo 2 . Il paradosso della non scrittura.

Dei sofisti, che pure avevano scritto tanto, come abbiamo visto, ci
sono rimasti solo pochi frammenti; di Socrate, che invece non ha
scritto nulla, possiamo "conoscere" la "dottrina" in ogni
dettaglio. Sono infatti moltissime le testimonianze che riferiscono
il suo pensiero.
Questo paradosso pu essere spiegato solo con il fatto che il
pensiero dei sofisti e la dottrina di Socrate rappresentano due
momenti di frattura rivoluzionaria nel turbolento mondo della
riflessione filosofica greca nel corso del quinto secolo; ma,
mentre la sofistica - come abbiamo visto -  stata poi ritenuta
addirittura indegna del nome di filosofia, l'insegnamento di
Socrate, attraverso l'opera di Platone,  diventato uno dei
fondamenti del pensiero occidentale.
Le testimonianze su Socrate mettono in evidenza ora un aspetto ora
un altro del suo pensiero: cos abbiamo il Socrate "moralista e
predicatore" di Senofonte, quello "concettuale" di Aristotele e il
Socrate "critico" e "problematico" di Platone. Eppure tutti questi
ritratti hanno una comune origine: il Socrate storicamente
esistito, colui che, vissuto ad Atene fra il 470 e il 399 avanti
Cristo, ha gettato le basi per quel modo di concepire la filosofia
che, a partire da Platone e Aristotele, ha caratterizzato il
pensiero occidentale fino ai nostri giorni.
Contemporaneo dei sofisti (di alcuni, come Crizia, addirittura
maestro) Socrate ha cercato di contrapporsi ad essi, di riportare
ad Atene la filosofia delle grandi scuole presofistiche,
arricchendola per proprio con le novit che i sofisti avevano
introdotto, prima fra tutte quella del filosofare come dialogo tra
gli uomini. Ma, mentre il dialogare dei sofisti era limitato al
mondo dei fenomeni, delle leggi e delle convenzioni, quello
socratico si spinge, di nuovo, alla ricerca di ci che non muta.
La ricerca socratica, quindi, chiude la parentesi aperta dal
relativismo e dal soggettivismo dei sofisti. Con Socrate riprende
il sopravvento la paura del

p 68 .

Nulla (Non-essere), che con Protagora e Gorgia sembrava essere
scomparsa, o comunque molto ridimensionata, dal momento che
mancando la certezza dell'Essere veniva meno anche quella del Non-
essere: al nichilismo(7) dei sofisti Socrate contrappone nuove
certezze. La sua fede nella certezza della Verit ha fatto s che,
pur non avendo egli scritto nulla, il suo pensiero non solo ci sia
noto, ma sia un fondamento essenziale di tutta la filosofia che si
 sviluppata come ricerca della Verit.

Le certezze di Socrate.

La certezza e la Verit di Socrate hanno per qualcosa di
particolare e di nuovo rispetto alle antiche scuole filosofiche:
anche per Socrate esiste una verit assoluta - come quella legata
alle certezze matematiche -, ma essa non pu essere fissata una
volta per sempre, trasmessa e insegnata.
Nel confronto serrato con i sofisti, negatori di ogni verit, egli
non vuole proporre una Verit immediata e assoluta, una Verit
immutabile, perch sicuramente sarebbe stata considerata la sua
verit. I "dati" e le "nozioni" si possono trasmettere, ma non si
pu insegnare ad altri il metodo o il processo mentale per cui si 
pervenuti a quei dati e a quelle nozioni: ognuno  artefice della
propria sapienza. Per questo Socrate non ha lasciato nulla di
scritto: la scrittura  una sorta di imbalsamazione della sapienza,
che per Socrate  qualcosa di vivo e si manifesta nel rapporto fra
gli uomini.
Se  vero, come abbiamo visto,(8) che  proprio la scrittura a
favorire l'elaborazione di un pensiero astratto che  possibile
fermare sulla pagina e quindi conservare e trasmettere come "Verit
ben rotonda"(9), non si deve dimenticare che - secondo Socrate - la
sapienza trasmessa dalla scrittura  una "parvenza di sapere",
perch priva l'uomo della ricerca personale e consapevole. Nel
Fedro Platone fa raccontare a Socrate il mito di Theuth, la
divinit egizia inventrice delle arti e della scrittura, che,
presentando quest'ultima invenzione al re Thamus, si sent da
questi non elogiare ma rimproverare: "Non offri vera sapienza ai
tuoi scolari, ma ne dai solo l'apparenza perch essi, grazie a te,
potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si
crederanno d'essere dottissimi, mentre per la maggior parte non
sapranno nulla; con loro sar una sofferenza discorrere, imbottiti
di opinioni invece che sapienti". Socrate quindi aggiunge: "I
prodotti della pittura ci stanno davanti come se vivessero; ma se
li interroghi, tengono un maestoso silenzio. Nello stesso modo si
comportano le parole scritte: crederesti che potessero parlare
quasi che avessero in mente qualcosa; ma se tu, volendo imparare,
chiedi loro qualcosa di ci che dicono esse ti manifestano una cosa
sola e sempre la stessa"(10).
Nonostante il rifiuto della scrittura, l'insegnamento di Socrate
non , comunque, neanche un puro esercizio retorico, la proposta di
un'opinione destinata a essere smentita e superata nella
discussione.

p 69 .

Socrate supera il concetto di sapienza elaborato dai primi
filosofi, di cui la critica dei sofisti ha mostrato i limiti, ma ne
accetta un principio fondamentale: la sapienza  conoscenza
incontrovertibile, inconfutabile. Tutta la sapienza che lo
circonda, invece, ha dimostrato di non avere questa caratteristica:
la sapienza degli antichi filosofi, quella dei sofisti e dei
politici, quella degli artisti e dei poeti  discutibile e
confutabile, ed  stata discussa e confutata.
La sapienza dei Greci - dai primi poeti ai suoi contemporanei - per
Socrate non  vera sapienza, perch non  stata in grado di fornire
validi strumenti di conoscenza.
Questa  una verit incontrovertibile.
Questa  l'unica cosa che Socrate avrebbe potuto scrivere: "So di
non sapere".
Secondo le testimonianze, pur non avendola scritta, questa  la
frase che Socrate  andato ripetendo per anni ai suoi discepoli e
ai suoi concittadini.
Questa  la certezza, e, quindi la sapienza, di Socrate: nessuna
delle vie alla conoscenza, tra quelle sin qui elaborate,  quella
giusta; dobbiamo riprendere la ricerca della Verit.

Socrate e i sofisti.

Anche i sofisti criticavano in maniera radicale ogni forma di
sapienza passata e presente, riconoscendo al loro stesso sapere il
carattere della relativit e della provvisoriet; ma quella dei
sofisti non  una non-sapienza,  anzi, secondo loro, l'unica
sapienza possibile. Definendo invece il sapere come non-sapienza,
Socrate apre una nuova via verso la conoscenza: per questo egli 
il pi sapiente, l'unico sapiente di Atene.
Accusato di empiet, di introdurre nuovi di nella citt e di
corrompere i giovani, nella sua difesa davanti ai giudici di Atene
Socrate racconta che un amico, recatosi all'oracolo di Delfi, si 
sentito rivelare che nessuno  pi sapiente di Socrate. Come 
possibile, si domanda Socrate, che il dio, che non pu errare,
abbia fatto questa affermazione su di me che so di non essere per
nulla sapiente? Ben presto, per, dopo aver cercato invano la
sapienza tra i suoi concittadini, gli  chiara la risposta: "Ma la
verit  diversa, o cittadini: unicamente sapiente  il dio; e
questo egli volle significare nel suo oracolo, che poco vale o
nulla la sapienza dell'uomo; e, dicendo Socrate sapiente, non
volle, io credo, riferirsi propriamente a me Socrate, ma solo usare
il mio nome come di un esempio; quasi avesse voluto dire cos: "O
uomini, quegli tra voi  sapientissimo il quale, come Socrate,
abbia riconosciuto che in verit la sua sapienza non ha nessun
valore""(11).

L'umanesimo di Socrate.

La sapienza, se acquisita passivamente e al di fuori di una
personale ricerca, non ha alcun valore e l'uomo che riconosce ci 
sapientissimo. Socrate, facendo suo l'insegnamento dell'oracolo di
Delfi, colloca l'uomo in una dimensione nuova e originale rispetto
sia ai primi filosofi sia ai sofisti.

p 70 .

L'uomo che ha cercato la verit in un mondo esterno a s ha
prodotto una sapienza vana, al pari di colui che ha considerato se
stesso misura di tutte le cose, anche se misura instabile, attore
passeggero in un mondo in continuo divenire.
Con Socrate la sapienza si configura come la consapevolezza che
l'uomo ha di s; l'uomo cio non solo  soggetto di conoscenza, ma
ne  anche oggetto e, in quanto tale, depositario di una Verit
universale. Socrate recupera cos l'antica saggezza delfica:
Conosci te stesso; ma sembra aggiungere: "conoscendo te stesso
conoscerai la Verit". La Verit  una ed  la medesima in ciascuno
di noi.

La ricerca della Verit.

Se la Verit  all'interno di ciascun uomo, l'unica indicazione che
il sapiente pu dare : conosci te stesso, ricerca in te la Verit.
Non ha senso "insegnare" la sapienza, perch la sapienza  un
processo, una ricerca. Per Socrate, come per Parmenide, una sola 
la via della Verit, ma, a differenza del filosofo di Elea, che
vedeva nella "via" il percorso per giungere alla Verit, Socrate
sostiene che la via stessa  la Verit.
Eppure Socrate "insegnava" in Atene e aveva discepoli illustri; ma
anche il suo insegnamento aveva caratteristiche del tutto nuove e
originali, sia rispetto alla "rivelazione" della Verit da parte
dei primi filosofi, sia rispetto all'insegnamento tecnico dei
sofisti. Socrate, figlio di una levatrice, sosteneva che l'unica
arte che il maestro pu utilizzare  la stessa che usava sua madre:
la maieutica. Come l'ostetrica aiuta a far nascere un figlio che 
comunque frutto della madre, cos Socrate pu solo aiutare ciascuno
dei suoi interlocutori a "partorire" la Verit che porta in s.
Questa azione presuppone un rapporto diretto con l'interlocutore,
un dialogo, che, in quanto tale, rende privo di senso lo scrivere.
Ecco allora che l'arte del dialogo, la dialettica, non si pone,
come per i sofisti, quale pura e semplice tecnica del discorso da
affiancare alla retorica, non pu limitarsi alla contrapposizione
di pi discorsi mirante a farne prevalere uno soltanto; finalizzata
alla ricerca del vero, la dialettica diventa arte del ragionare
corretto, del ben pensare.(12)
La dialettica socratica ripropone quindi una razionalit, che non
si limiti alle regole convenzionali del discorso, come avveniva
nella sofistica, ma investa la stessa Verit, cio la realt, che
non pu che essere razionale. Per i sofisti il discorso e il
ragionamento possono essere formalmente corretti anche quando il
loro contenuto  "falso", ed essi erano maestri in questo tipo di
esercizio dialettico: dopo aver dimostrato, attraverso un
ragionamento corretto, la verit di una cosa, riuscivano a
dimostrare, con un ragionamento altrettanto corretto, la verit del
suo contrario. Per Socrate la correttezza di un ragionamento non
pu prescindere dal suo contenuto: forma e contenuto sono
inseparabili. La realt, che  il contenuto dei nostri ragionamenti
e dei nostri discorsi, si presenta a noi nella forma della
razionalit.
Questa affermazione della razionalit come unico aspetto
significativo del reale e dell'agire umano ha fatto dire a
Nietzsche, come abbiamo visto, che

p 71 .

Socrate ha espulso l'elemento dionisiaco dalla cultura greca e, di
conseguenza, dalla filosofia occidentale.(13)
Nel dialogo, Socrate, per poter sviluppare l'arte maieutica,
utilizza diverse tecniche: l'esame, il dubbio, l'ironia, il
discorso breve.
Troppe opinioni vengono spacciate come verit, mentre, come abbiamo
visto, l'umana sapienza non ha alcun valore; inoltre chi presume di
possedere gi la Verit, non avr alcun interesse per la ricerca.
Per questo Socrate, partendo dalle stesse premesse degli
interlocutori, sottopone a esame le loro "verit", senza nulla
contrapporre a esse, ma solo mettendone in evidenza le
contraddizioni, insinuando il dubbio, facendo giochi di parole
(ironia(14)). Rifuggendo i lunghi discorsi di chi vuol convincere
la folla della propria verit e utilizzando invece interventi brevi
e incalzanti (brachilogia), Socrate confonde l'interlocutore, lo
spoglia delle antiche certezze, lo fa arrossire,(15) lo
"intorpidisce nell'anima e nella bocca" come la torpedine marina fa
intorpidire chiunque la avvicini e la tocchi.(16)
Liberato dai pregiudizi e dal falso sapere, l'interlocutore di
Socrate pu cos fare emergere la Verit che ha in s.

Identit fra Verit e morale.

Fino a qui Socrate ha agito come la madre ostetrica, ricorrendo
all'arte della maieutica; nel momento del "parto", per, si pone il
problema di quale sia la verit che deve nascere. Ed ecco che
Socrate pone l'interlocutore di fronte al problema della
definizione. Se, ad esempio, si discute della giustizia, Socrate
pone la domanda cruciale: "Che cosa  (t esti) la giustizia?". Nel
costringere alla definizione, nel porre la domanda "Che cosa ?",
Socrate abbandona di fatto il suo ruolo di ostetrico, la sua
neutralit e la sua collocazione esterna rispetto all'interlocutore
e lo "costringe" alla Verit; impone la definizione dell'oggetto di
cui si parla. E, si badi bene, Socrate non chiede l'opinione
dell'interlocutore, non domanda "Che cosa  per te?"; a questo
punto del rapporto dialettico, infatti, l'opinione soggettiva  gi
stata sottoposta a esame critico, ne sono gi state fatte emergere
le contraddizioni: ora si tratta di definire l'oggetto in s e,
seguendo il corretto ragionamento imposto da Socrate, tutti i
molteplici e pi diversi interlocutori, ciascuno secondo una
propria via di ricerca, troveranno la medesima e identica risposta:
la giustizia  una e la stessa per tutti.
Quando Socrate pone la domanda "Che cosa ?" non va in cerca di
definizioni astratte: come abbiamo detto pi volte, la conoscenza
ha per lui valore solo quando vi si giunge attraverso un percorso
individuale: anche se la risposta  uguale per tutti, ciascuno deve
arrivarci per proprio conto, perch dalla risposta alla domanda
"Che cosa ?" deriva il nostro agire concreto e quotidiano.
La verit imposta dall'esterno, sia essa presentata come Verit
assoluta

p 72 .

o come opinione dei pi, ha ben pochi effetti sui comportamenti
reali degli uomini e sulle loro motivazioni: Crizia aveva
inneggiato agli inventori degli di, che avevano posto un
sorvegliante dentro ciascun individuo. Socrate chiede che ciascuno
sia sorvegliante consapevole di se stesso: la conoscenza raggiunta
individualmente attraverso un corretto ragionamento  la migliore
garanzia di un corretto agire.
Sapere e Virt vengono cos a coincidere: chi agisce male pu farlo
solo per ignoranza, perch guidato da pregiudizi e da false
opinioni.

Il dmone.

"Ed  come una voce che io sento dentro fin da fanciullo, la quale,
ogni volta che la sento, mi dissuade da quello che sto per fare,
sospingere non sospinge mai"(17).
La voce di cui parla Socrate, che lui attribuisce a una divinit, a
un dio, a un dmone,  uno degli aspetti pi discussi e pi
affascinanti del pensiero socratico. Due sono gli elementi da
considerare: la natura e l'esistenza stessa del dmone, e il fatto
che la sua funzione si esplichi solo nel dissuadere l'uomo dal
compiere un'azione, ma mai nel sollecitarlo a compierla.
Senofonte individuava nella voce del dmone socratico una vera e
propria ispirazione divina(18) e questa interpretazione ha dato
luogo a una lettura in chiave quasi cristiana di Socrate: egli sa
di non possedere tutta la Verit, ma sa anche che questa Verit
esiste, ha fede in essa, e la "voce interiore" sarebbe "il riflesso
di questa Verit nella coscienza"(19).
Se invece si segue la testimonianza platonica,(20) sar possibile
vedere nel dmone uno strumento della critica razionale che ci
spinge di volta in volta a essere noi stessi, a vivere
consapevolmente, ad assumere le nostre responsabilit.(21) In
questo caso il dmone sarebbe spogliato di ogni aspetto
trascendente, intuitivo, ispirato; sarebbe semplicemente la voce
della Ragione che ci guida esprimendosi sostanzialmente attraverso
divieti.
Abbiamo visto che il dmone dissuade sempre, non sospinge mai, e
per questo ci sembra che la seconda interpretazione sia pi
coerente. La voce del dmone, come dice Francesco Adorno, " un
"alt", un "attenzione", non un "via libera""(22). Essa non dice
assolutamente quello che dobbiamo fare.
Come abbiamo gi accennato, un secolo fa Nietzsche aveva messo in
evidenza e sottolineato con forza questo aspetto del dmone
socratico: Socrate ha collocato all'interno dell'uomo, nel luogo
naturalmente abitato dall'istinto, dall'intuizione, dal dionisiaco,
l'elemento razionale. La voce interiore, cio l'istinto,

p 73 .

che "in altri uomini produttivi  una forza affermativa e
creatrice", per Socrate assume i caratteri della razionalit e
diventa un freno.(23)
La voce interiore e la ragione, almeno nel Socrate platonico,
parlano la stessa lingua. E non pu essere che cos perch la
Verit  una e ciascun uomo, nella sua totalit, deve tendere a
essa. Questa tensione, che parte dalla consapevolezza di non
possedere la Verit ("So di non sapere"), impegna l'uomo alla
conquista della conoscenza partendo da s ("Conosci te stesso") ed
 garanzia di un agire virtuoso.
La ragione non  strumento neutro di conoscenza asettica,
ordinatrice imperturbabile e imperturbata dell'universo, ma, grazie
a una sorta di rovesciamento di ruolo rispetto all'istinto, diventa
forza creatrice che, nell'uomo e attraverso l'uomo, agisce e crea
in ogni momento. E il prodotto della ragione, uscito dal suo esame
critico, ha un valore assoluto,  Virt.

Socrate e il "concetto".

Il concetto indica l'universale. Quando si risponde alla domanda
"Che cosa ?" riferita a un determinato oggetto, ad esempio una
casa, si indica non questo o quell'oggetto particolare, la mia o la
tua casa, ma la casa "in astratto": il concetto di casa.
Aristotele, che, come vedremo,  particolarmente attento e
interessato alla definizione dell'universale, consider Socrate lo
scopritore del concetto. Questa interpretazione, accanto a quella
platonica, rester viva in tutta la storia della filosofia e sempre
si parler di concettualismo socratico.
Aristotele ha comunque ben chiaro che l'interesse di Socrate  di
tipo prevalentemente morale, ma non si lascia sfuggire che porre la
domanda t esti? ("Che cosa ?") implica una ricerca
dell'universale: "Quanto a Socrate, questi tratt non di questioni
riguardanti la natura in generale, bens di cose morali, ma intanto
cerc in queste l'universale e per primo rivolse il suo pensiero
alla ricerca delle definizioni"(24).

La morte di Socrate.

Socrate  ormai vecchio quando ad Atene, dopo il governo
filospartano dei Trenta Tiranni, viene restaurata la democrazia.
Nel 404 avanti Cristo si era opposto al volere di Crizia che gli
aveva comandato di andare ad arrestare il democratico Leonzio di
Salamina. Nel 399 il democratico Melto trascina Socrate in
giudizio; secondo la testimonianza di Diogene Laerzio, che concorda
con le fonti pi antiche, il testo dell'accusa  il seguente:
"Questo ha sottoscritto e giurato Melto di Melto, Pitteo, contro
Socrate di Sofronisco, Alopecense. Socrate  colpevole di

p 74 .

non riconoscere come di quelli tradizionali della citt, ma di
introdurre divinit nuove; ed  anche colpevole di corrompere i
giovani. Pena: la morte"(25).
Lo svolgimento del processo e l'autodifesa di Socrate sono oggetto
di una delle pi famose opere di Platone, l'Apologia di Socrate, e
di un testo assai meno significativo di Senofonte che reca lo
stesso titolo.
Giudicato da un'assemblea di 500 Ateniesi, Socrate fu condannato a
morte con 360 voti contro 140, ma la sentenza non fu immediatamente
eseguita perch il giorno prima del giudizio era partita la nave
sacra, in occasione delle feste che annualmente si celebravano a
Delo, e non si poteva procedere a nessuna esecuzione fintanto che
la nave non fosse tornata. Il che accadde dopo circa un mese. In
questo periodo Socrate pot continuare a discutere, in carcere, con
gli amici. Queste discussioni e la morte di Socrate sono descritte
in due dialoghi di Platone, il Fedone e il Critone.
Gli amici avevano offerto a Socrate la possibilit di fuggire, ma
egli rifiut sdegnosamente la fuga e, giunto il momento, bevve la
cicuta, il veleno con cui si eseguivano le sentenze capitali in
Atene.
Socrate  la prima illustre vittima della filosofia. Egli viene
condannato a morte per ci che aveva pensato, detto e difeso. E
avrebbe potuto evitare la morte con la fuga.
E' stato inevitabile, quindi, che la morte di Socrate abbia assunto
un significato filosofico: la sua scelta di morire per la filosofia
supplisce alla mancanza di scritti,  un gesto che sintetizza
l'elaborazione teorica di una intera vita e le conferisce coerenza
e valore pi di quanto avrebbero potuto fare innumerevoli
ragionamenti e dimostrazioni contenuti in decine di volumi.
Accettando la condanna a morte e non sfuggendo all'esecuzione
Socrate dimostra quanto ritenesse certa la Verit che aveva
scoperto. La via verso la conoscenza del vero che aveva percorso
nell'arco della sua vita non era stata una delle possibili vie,
dettata dalle circostanze, ma l'unica via percorribile e, in quanto
tale, non rinnegabile. I valori morali, le leggi, una volta
scoperti come veri, sono universali e non possono essere negati.
Vale sicuramente la pena di leggere le pagine del Critone in cui
Socrate, invitato a fuggire da Atene, immagina di accettare
l'invito e, una volta giunto alle porte della citt, di incontrare
le Leggi personificate che cos gli parlano: - Socrate, sei nato e
cresciuto, ti sei sposato e hai allevato i tuoi figli grazie a noi,
le Leggi della citt; ora, se siamo state male applicate, se in
nostro nome  stata emessa una sentenza ingiusta contro di te, vuoi
tu commettere una ulteriore ingiustizia contro di noi che
prescriviamo che bisogna sottostare alle sentenze emesse dalla
citt? -.(26)
Socrate non ha avuto un attimo di esitazione nel dichiarare
l'ingiustizia della sentenza emessa contro di lui(27) e ora
ugualmente non esita nel riconoscere la superiorit delle Leggi
rispetto a tutte le sentenze ingiuste emesse in loro nome.
L'interpretazione di Platone, che vuole in Socrate il fondatore di
una

p 75 .

filosofia basata su un'idea di Bene universale ed eterna, sembra
legittimata dalla scelta di Socrate di morire per non venire meno
alla sua concezione della Giustizia.
Infine, di fronte agli amici che mostrano di avere paura della
morte, Socrate - secondo la testimonianza platonica - affronta un
altro problema, quello dell'immortalit dell'anima. Egli afferma
che, come all'addormentarsi segue sempre un risveglio, dalla morte
non pu che nascere nuova vita:(28) l'anima dell'uomo  immortale,
destinata a rinascere e rivivere in eterno. Questa  l'altra grande
certezza che Socrate ha raggiunto filosofando per un'intera vita.
E' cos che con Socrate, a dispetto dei sofisti e del loro
relativismo, la filosofia riconquista il ruolo di rimedio contro la
paura della morte.

